sabato, ottobre 31, 2026

Papà

 Ieri sera ascoltavo, in auto, Auschwitz e ho pensato: “Guccini è morto, cazzo”, come se questo evento l’avessi rimosso. Ho sentito l’assenza di una persona che sentivo vicina, di famiglia. In effetti, saperlo nel suo mulino a Pavana era qualcosa di rassicurante. Cosa che non è più.

Francesco non aveva da un bel po’ quello sguardo vitale che aveva un tempo, ma era lui, benché mi apparisse invecchiato e un po’ triste nelle rare interviste. Io lo guardavo con nostalgia di momenti migliori.

Quello sguardo che non c’era più mi piaceva quindi rivederlo nei vecchi filmati.

Un percorso analogo a quello compiuto da mio padre: in un certo momento, che con precisione non posso collocare, mi accorsi che quello sguardo, lo stesso del Maestrone, era svanito, e la magia di quella vivacità inarrestabile, quel guizzo intelligente, con curvatura ironica e pronto alla battuta salace, non esisteva più. Nel caso di Papà, già ben prima della malattia; e io lo dovevo cercare in qualche foto del passato.

Negli ultimi tre difficili anni ho fatto un lavoro che, spero, mi aiuterà quando “succederà”; più che nelle foto voglio e cerco di ritrovare mio padre nei miei ricordi, cercando di recuperarne il più possibile. Non è facile.

Quando si parla di memoria si pensa sempre a un passato lontano; invece basta un imprevisto per modificare radicalmente questa percezione. E quando succede, si maledice il tempo perso che, solo in quel momento, ci si rende conto essere volato.

Per certi versi, oggi, mi sento quasi grato al destino per non aver fatto concludere tutto in quel maledetto 30.12.23, per averci dato giorni duri, ma pur sempre giorni che non ho, non abbiamo, cercato di sprecare; giorni amari, ma che abbiamo lo stesso apprezzato.

Quante volte ho sognato che tutto potesse tornare come prima! E, in ogni sogno, quel suo sguardo tornava a far capolino e mi diceva, con semplicità: “t’ses me fiol!”, una frase sempre detta con amore e, per me, motivo di grande orgoglio.

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