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martedì, gennaio 16, 2024

'L "Grande Torino"

Côme ‘na storia, quasi. Scôtè: “’Na volta j’era

‘na squadra turineisa, ‘na squadra forta e fiera.

A la piegavô an pochi, përchè l’era d’assel,

a la spôntavô nen: l’ha mach pôdôlu ‘l cel!


E chíel ch’a lô savìa, a l’era grev côl dì

ëd lacrime pesante. Le nivôle sôn lì

a pochi pass da tera…e lôr vôlavô pian,

pôntavô su Turin, tôrnavô da lôntan…


Superga, su ‘n côliña, cha speta, grisa, fërma,

tërmôla sôta ‘n côlp,  ‘nt le nivôle së stërma…

A veul nen feje ‘d mal, no, no, veul nen tradìe:

stí fíeuj l’han tanta fiusa, sôn lì…l’a deuv rapìe.


Quaidun pì ‘nnsù che nôi a l’ha vôrssù côsì.

A l’ha fôrgiaje prima, samblaje s-ciass, unì

sti unich giugadôr ant una sôla morssa,

dë spirit generôs, scatant: ‘na sôla forssa.


Un “foot-ball”, ôndes fìeuj an maja granatôn

e singh scudet ëd fila. Da meuire d’emôssiôn!


Për nen dësperdie ‘nt j’ani côn ël passè ‘d l’età

l’ha dëstissaie ‘nssema, l’ha piaje ‘nt ‘ns brassà.


El cheur dël vej Turin l’è fulminà: ‘na sort

parìa l’è mach un seugn…l’a lôr sôn tuti mort!

A sfilô për le strà a spale: i giugadôr

ch’ai portô a marciô e piôrô, frustà da tant dôlôr.


An testa la bandiera: ‘nt ël rôss a rampía ‘l Tor

lusent, a rendio ômagi, ant i so ricam d’or.

E peui Turin, Turin, tuta Turin l’è lì

Ch’a prega ‘nginôjà, përchè peul nen fè ‘d pì


E lôr adess lassù? ‘Nt gir ëd fantasìe

j’anmaginôma a gieughe dë splendide partìe:

s’a guardô la côliña da ‘dôva l’han pià ‘l vol

a mandô giù ‘n basin e peui a tirô “goal”!”


Côme ‘na storia, quasi, un seugn:”’Na volta j’era 

‘na squadra d’invincibii, ‘na squadra forta e fiera.


Concetta Prioli

Poetëssa an lenga piemontèisa. 

Nassùa a j'8 dë dzèmber 1919, mòrta ai 16 dë stèmber 1990.

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Traduzione:

Il "Grande Torino"

Come una favola, quasi. Ascoltate: "C'era una volta 
una squadra torinese, una squadra forte e fiera.
La piegavano in pochi, perchè era d'acciaio,
non la spuntavano: solo il cielo l'ha potuto fare!

Per lui - il Cielo - che lo sapeva, quel giorno era difficile
di lacrime pesante. Le nuvole sono lì
a pochi passi dalla terra e loro volano piano,
puntavano su Torino, tornavano da lontano...

Superga, sulla collina, aspetta, grigia, ferma,
trema sotto il colpo, si nasconde tra le nuvole
Non vuole fargli male, no, no, non vuole tradirli:
questi ragazzi hanno tanta fiducia, sono lì...

Qualcuno più in alto di noi ha voluto così.
Li ha forgiati prima, stretti insieme, uniti
questi giocatori unici in una sola morsa,
di spirito generoso, scattanti: una forza unica.

Un "Football", undici ragazzi in maglia granata
e cinque scudetti di fila. Da morire dall'emozione!

Per non separarli nel corso degli anni con il passare del tempo
li ha spenti insieme, li ha presi tra le sue braccia

Il cuore del vecchio Torino si è fulminato: la sorte
sembrava solo un sogno...là loro sono morti tutti!
Sfilano per le strade sulle spalle: i giocatori
che portano le salme, camminano e piangono, sferzati da tanto dolore.

Alla testa la bandiera: nello sfondo rosso scalpita il Toro
lucente, a rendergli omaggio, con i suoi ricami d'oro.
E poi Torino, Torino, tutta Torino è lì
CHe prega inginocchiata, perchè di pi non può fare

E loro adesso lassù? Nella fantasia
già li immaginiamo a giocare spledide partite:
ci guardano dalla collina da dove hanno preso il volo
e ci mandano bacini e poi tirano e fanno "goal"!

Come una favola, quasi, un sogno: C'era una volta
una squadra di Invincibili, una squadra forte e fiera.

venerdì, aprile 28, 2023

Per scrivere poesia di Rainer Maria Rilke

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino.

Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare soprattutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo.

Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso».

 dal romanzo «I quaderni di Malte Laurids Brigge» 1910