"Se vivete negli Stati Uniti del ventunesimo secolo, avrete già sentito
un sacco di gente dirvi che ha da fare. È diventata la risposta standard
ogni volta che chiedi a qualcuno come va: “Ho da fare”, “Ho un gran da
fare.” “Ho troppo da fare.” È chiaramente un’ostentazione mascherata da
lamentela. In realtà significa
“Mica male
come problema”, oppure “Meglio del contrario”. Fateci caso: di solito
chi si lamenta del troppo da fare non è gente che fa mucchi di turni in
reparto di terapia intensiva o fa la spola fra tre impieghi a salario
minimo. Quelli non hanno troppo da fare: quelli sono stanchi. Sfiniti.
Non stanno in piedi. No, a farlo sono quasi sempre delle persone che
tutto il loro da fare, molto semplicemente, se lo impongono: si tratta
sempre di lavori e di obblighi che hanno assunto volontariamente, di
corsi e attività a cui i figli partecipano dopo essere stati
“incoraggiati” a farlo.
Sono indaffarati a causa della loro
stessa ambizione, del loro slancio o dell’ansia, perché sono dipendenti
dall’iperattività e terrorizzati da ciò che dovrebbero fronteggiare in
sua assenza. Quasi tutti quelli che conosco sono straindaffarati. Quando
non lavorano, o non fanno qualcosa per promuovere il loro lavoro,
provano ansia e senso di colpa.
Infilano nelle loro tabelle di
marcia il tempo con gli amici, come certi studenti con la media bassa
fanno in modo di mettere in curriculum qualche ora di lavori socialmente
utili perché fa bella figura sulle domande per l’università.
Qualche giorno fa ho scritto a un amico chiedendogli se questa settimana
gli andava di fare qualcosa. Mi ha risposto che non aveva molto tempo,
ma se saltava fuori qualcosa di farglielo sapere, che magari si prendeva
qualche ora dal lavoro. Ho avuto la tentazione di specificargli che la
mia domanda non era un preavviso in vista di un futuro invito: la mia
domanda era l’invito. Ma il suo da fare era come un fortissimo rumore
continuo al di sopra del quale lui mi gridava le cose, e alla fine ho
rinunciato a strillare per farmi sentire a mia volta.
Perfino i
bambini, oggi, hanno sempre da fare, con giornate organizzate fin nelle
mezz’ore, tra corsi e attività extrascolastiche. Arrivano a casa a fine
giornata stanchi come gli adulti.Io appartengo a una generazione di
mezzo, e ogni pomeriggio avevo tre ore di tempo totalmente
disorganizzato e quasi sempre libero da controlli che usavo per fare
qualsiasi cosa: sfogliare l’enciclopedia, creare filmini d’animazione,
girare con gli amici per i boschi
lanciandosi zolle di terra
negli occhi, tutte cose dalle quali ho ricavato capacità e informazioni
importanti, che ancora oggi rimangono preziose. Quelle ore di libertà
sono diventate il modello di come avrei voluto vivere il resto della mia
vita. L’isteria di oggi non è una condizione della vita necessaria né
inevitabile. È una cosa che ci siamo scelti, anche solo accettandola.
Qualche tempo fa ho parlato su Skype con un’amica che ha lasciato la
città per gli affitti troppo alti, e che adesso vive in una residenza
per artisti in un paesino nel sud della Francia. Dice di essere felice e
rilassata per la prima volta dopo anni. Lavora, sia chiaro, ma il
lavoro non le consuma l’intera giornata e il cervello. Dice che le
sembra di essere tornata all’università: ha un giro di amici che si
ritrovano al bar tutte le sere. Ha di nuovo un fidanzato (una volta mi
aveva così riassunto, con mestizia, la questione delle relazioni a New
York: “Hanno tutti troppo da fare e credono tutti di poter fare di
più”). Lei credeva che la sua personalità – frenetica, nervosa, ansiosa e
triste – fosse l’effetto di una deformazione imposta dall’ambiente. Ma
nessuno di noi vuole vivere in questo modo, non più di quanto uno voglia
trovarsi in un ingorgo stradale o farsi calpestare dalla folla di uno
stadio, o subire i crudeli responsabili delle scuole superiori: è una
cosa che ci costringiamo a fare collettivamente e vicendevolmente.
Essere indaffarati funziona come una sorta di rassicurazione
esistenziale, di barriera contro il senso di vuoto: è chiaro che la
nostra vita non può essere insulsa o banale o priva di senso se siamo
sempre così indaffarati, pieni di impegni, richiesti a ogni ora del
giorno.
Una volta conoscevo una ragazza che faceva uno stage
nella redazione di una rivista. Durante la pausa pranzo non le
permettevano di uscire, nel caso avessero avuto urgente bisogno di lei.
Parliamo di una rivista di programmi televisivi, la cui esistenza è
diventata inutile nell’istante in cui sui telecomandi è comparso il
tasto “menù”, ed è quindi difficile interpretare una simile pretesa di
indispensabilità come qualcosa di più di una forma di autoinganno
istituzionalizzato.
Oggi, un numero crescente di persone non fa più nulla di tangibile.
Forse tutto questo nostro istrionico sfinimento è solo un modo per
dissimulare il fatto che controlli che quel che facciamo, in buona
parte, non ha la minima importanza.
Io non sono indaffarato. Sono l’ambizioso più pigro che conosco.
Come molti di quelli che scrivono, anch’io sento di non meritare di
vivere quando per un giorno non scrivo, ma penso anche che quattro o
cinque ore siano sufficienti per guadagnarmi un altro giorno di
permanenza sul pianeta.
Nelle migliori giornate normali della
mia vita, al mattino scrivo, al pomeriggio vado a fare un lungo giro in
bicicletta e le commissioni, e alla sera vedo gli amici, leggo o guardo
un film.
A me questo sembra un ritmo sano e piacevole. E se mi
chiamate chiedendomi se ho voglia di lasciar perdere il lavoro e andare a
visitare la nuova ala americana del Metropolitan, o a guardare le
ragazze a Central Park, o semplicemente a bere cocktail rosa con un
retrogusto di menta per tutto il giorno, io vi risponderò: “a che ora?”.
Negli ultimi mesi, però, a causa di una serie di obblighi professionali
ho pericolosamente cominciato a essere indaffarato anch’io.
Per la prima volta ho potuto dire agli altri, e senza mettermi a ridere,
che avevo “troppo da fare” per andare in un certo posto o fare quello
che mi si chiedeva. E ho capito perché alla gente questo tipo di
lamentela piace: ti fa sentire importante, richiesto e sfruttato.
Solo che io detesto essere indaffarato davvero. Ogni mattina avevo la
posta piena di email in cui mi si chiedeva di fare cose che non volevo
fare o mi si presentavano problemi che dovevo risolvere. la situazione
si è fatta sempre più insopportabile, fino a quando un giorno sono
fuggito nella località segreta da cui vi scrivo.
Qui di
obblighi quasi non ne esistono. Non c’è la televisione. Per controllare
la posta elettronica devo prendere la macchina e andare in biblioteca.
Passo anche una settimana intera senza vedere nessuno che conosco. Mi
sono ricordato dell’esistenza dei ranuncoli, delle cimici e delle
stelle. Leggo. E mi sono rimesso a scrivere sul serio per la prima volta
dopo mesi.
È difficile trovare qualcosa da dire sulla vita se
non ci si immerge nel mondo, ma è altrettanto impossibile capire di cosa
potrebbe trattarsi, o come meglio dirlo, se poi non si fugge.
L’ozio non è solo una vacanza, un’indulgenza o un vizio: è
indispensabile al cervello come la vitamina D al corpo, e in sua assenza
viviamo una sofferenza mentale deformante come il rachitismo.Lo spazio e
il silenzio offerti dall’ozio sono una condizione necessaria per fare
un passo indietro e osservare la vita nella sua interezza, effettuare
connessioni inaspettate e attendere il repentino lampo estivo
dell’ispirazione. Paradossalmente, è necessario se si vuole combinare
qualcosa. “L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo”,
scriveva Thomas Pynchon nel suo saggio sull’accidia. L’eureka di
Archimede nella vasca da bagno, la mela di Newton, Jekyll e Hyde: la
storia è piena di aneddoti in cui l’ispirazione arriva nei momenti di
ozio e in sogno.
Viene quasi da chiedersi se le più grandi
idee, invenzioni e capolavori non sono merito dei fannulloni,
perdigiorno e scansafatiche più che degli stacanovisti.
“L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione, così che tutti
possano giocare. Ecco perché è necessario distruggere l’attuale sistema
politico-economico”. Può sembrare il proclama di un anarchico armato di
canne, ma in realtà sono parole di Arthur C. Clarke, che tra
un’immersione in mare e una partita a flipper trovò il tempo di scrivere
Le guide del tramonto e concepire i satelliti per le telecomunicazioni.
Il mio vecchio collega Ted Rall ha da poco scritto un editoriale in cui
propone di separare il reddito dal lavoro, dando a tutti i cittadini
uno stipendio garantito, il che suona esattamente come il genere di idea
assurda che tra un secolo verrà considerata un diritto umano
fondamentale, come l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale
e la giornata lavorativa di otto ore.
Furono i puritani a trasformare il lavoro in virtù, evidentemente scordandosi che Dio l’aveva inventato come punizione.
Forse il mondo andrebbe rapidamente a rotoli se tutti si comportassero
come me. Ma mi sento di ipotizzare che una vita umana ideale si collochi
da qualche parte tra la mia proterva indolenza e il corri corri
frenetico del resto del mondo.
Il mio ruolo è semplicemente
quello di cattivo esempio: sono il ragazzino che fuori dalla finestra
dell’aula fa le smorfie a te seduto al banco, invitandoti, solo per
stavolta, a inventare una scusa e venire qui fuori a giocare.
Nel mio caso, quest’incrollabile indolenza è più un lusso che una virtù,
ma è vero che ho preso la decisione, molto tempo fa, di privilegiare il
tempo rispetto al denaro, perché ho sempre avuto chiaro che il miglior
modo d’investire il mio tempo limitato sulla terra è trascorrerlo con le
persone che amo.
È possibile che sul letto di morte io mi
penta di tutto il lavoro non fatto, e di non aver detto tutto quello che
avevo da dire, ma in realtà penso che il mio vero rimpianto sarà quello
di non potermi più fare un’altra birra con Chris, un’altra lunga
chiacchierata con Megan, o un’ultima grassa risata con Boyd.
La vita è troppo breve per darsi davvero da fare". - mc
TIM KREIDER è un giornalista e fumettista statunitense. Questo articolo
è uscito sul New York Times con il titolo
The “busy” trap.
tratto da:
Internazionale n. 959