lunedì, agosto 07, 2017

un grazie alla Pesando

Lo "switch" nella lettura, mi pare di ricordare, avvenne grazie, o per colpa, della professoressa Pesando che, al ginnasio, ci diede da leggere per l'estate "Il maestro e margherita". Lo lessi dapprima con poco entusiasmo, essendo un "dovere" farlo, ma poi con interesse e infine con avidità.

Avevo già letto ovviamente un po' prima, ma con quel libro meraviglioso iniziai a capire che leggere era un piacere sublime e a distinguere cosa era meglio leggere.
Poi è diventata una malattia, ma dopo.

la scheda del libro

venerdì, agosto 04, 2017

Il mio secondo dizionario delle SERIE TV cult

Il mio secondo dizionario delle SERIE TV cult.
Da Beverly Hills a The Walking Dead
Libro di Claudio Gotti e Matteo Marino
Illustrazioni di Daniel Cuello

...e il primo?
(ce l'ho, ergo il promemoria mi interessava meno...)

Titolo: Il mio primo dizionario delle serie TV cult
Autori: Matteo Marino e Claudio Gotti
Disegni: Daniel Cuello
Caratteristiche: 416 pp. bn, brossura con alette

Le sigle più belle.

I personaggi più amati.
I peggiori "salti dello squalo".
Le battute indimenticabili.
Le carriere dei creatori, da David Lynch a J.J. Abrams, da Shonda Rhimes a Vince Gilligan, da Joss Whedon ad Alan Ball. 

Contiene le seguenti serie:

1. 24

2. Battlestar Galactica
3. The Big Bang Theory
4. Boris
5. Breaking Bad
6. Buffy
7. CSI
8. Daredevil
9. Dawson’s Creek
10. Desperate Housewives
11. Dexter
12. Doctor Who
13. Dr. House
14. ER
15. FlashForward
16. Friends
17. Gomorra
18. Grey’s Anatomy
19. Lost
20. Mad Men
21. Modern Family
22. Mr. Robot
23. Orange Is the New Black
24. Penny Dreadful
25. Romanzo criminale
26. I segreti di Twin Peaks
27. Sex and the City
28. Six Feet Under
29. I Soprano
30. Il Trono di Spade
31. True Blood
32. True Detective
33. X-Files


Hanno detto del libro:

«Un libro indispensabile» (Rolling Stone)

«L’incontro perfetto tra analisi critica e amore per la cultura pop» (Film TV)

«Il meglio delle serie degli ultimi vent’anni. Ma poiché di un “primo” dizionario si tratta, c’è sempre la speranza di una seconda puntata» (la Repubblica)

«Altissima qualità di scrittura. Cura e passione che trasudano da ogni pagina» (MondoFox)

«È esattamente ciò che mancava» (Dailybest)

«Piaciutone. Bello, bello, bello» (L’Antro Atomico del Dr. Manhattan)

mercoledì, luglio 19, 2017

AB OVO

Mi presento allo sportello, dico come mi chiamo, preciso, come tradizione, "si scrive con la Y"...e, forse per la prima volta in vita mia, il tipo non pare "sorpreso" dal nome poco comune e anzi mi fa: "ha parenti a Lusignè?"
Rimango spiazzato io questa volta, di solito mi chiedono impanicati che lettera sia la "Y" e, di solito, la sbagliano.
Come quella, oltraggio estremo, che mi chiese "Y? Come la Y di Juventus?"

Dico di no, non mi risultano parenti in quel luogo...però in effetti mio nonno, prima di arrivare a Settimo, all'inizio del 900, veniva proprio da quelle zone del Canavese.
Ovviamente mi incuriosisco subito e chiedo qualcosa di più.
"Ho venduto una casa ad un signore di quelle parti che si chiamava così"
"ah...forse fa il fotografo a Rivarolo?"
ricordando un mio omonimo incrociato qualche anno fa.
E lui di rimando:"no. Fa il contadino".

Ecco un'origine più nobile non potevo desiderarla e sognarla.
Mi avesse detto "è il sindaco del paese, il prete, l'impiegato delle poste o il maresciallo" il mio interesse sarebbe scemato.
Ma immaginare che, dalla notte dei tempi, un mio discendente vive ancora nelle stesse zone di origine e lavora la terra come poteva fare un mio avo qualche centinaia di anni fa, mi ha riempito di orgoglio e, per certi versi, di nostalgia. Mi capita sempre quando si parla delle mie radici.
Prossima tappa? andare a cercarlo.

martedì, luglio 04, 2017

Fantocci!

Per andare al ginnasio e poi al liceo, prendevo, tutte le sante mattine, un treno che in una ventina di minuti mi portava a destinazione. O meglio, poi camminavo per altri 10-12 ed ero arrivato. Sempre insieme ai miei amici.
Preciso che all'epoca i treni arrivavano in orario, nonostante Lui non ci fosse già più da un po'.

Se la sera prima in Tv era "passato" un film di Paolo Villaggio, la mattina dopo non si parlava d'altro, in particolare al binario n. 2 - due ce n'erano del resto - aspettando il treno.

E' vero l'offerta televisiva era limitata, non c'erano TV a pagamento, non c'era internet, non c'era un cazzo.
Ciò premesso, tutti, o quasi tutti (i "dark" no, in effetti) ci ritrovavamo lì a raccontare la scena, che tutti già conoscevano a memoria, per ridere ancora, tutti a cercare di riprodurre con le stesse parole - e lo stesso tono - la battuta che avevamo preferito. Qualcosa di paragonabile poteva succedere solo con "Amici miei", ma meno in effetti.

Manco Edwige riusciva a suscitare, il mattino dopo, lo stesso entusiasmo, la sera prima no, ma questo è un altro "film" e ci porterebbe fuori strada.

E' vero eravamo solo ragazzini, ma forse qualcosa di simile succedeva anche nel mondo dei "grandi" che a noi era totalmente sconosciuto, ricordo solo che quell'universo ci appariva abbastanza serioso.
Boh forse i quarantacinquenni d'allora erano cazzoni come quelli di oggi, ma senza internet lo si notava meno...

Ciao "Ugo",
Ugo

lunedì, giugno 05, 2017

In ricordo di un amico

Nei giorni scorsi un grave lutto, un evento che probabilmente non si supera mai del tutto,
ha colpito un mio caro amico d’infanzia, la morte del padre.
Lo ricordo bene, “granatissimo” e orgoglioso dipendente della Fabbrica Italiana Automobili Torino, come mio padre e come quasi tutti “i padri”, a Settimo in quegli anni. All’epoca non c’era contraddizione tra le due cose. Altri tempi.

Voglio scrivere due righe per ricordarne la memoria e per ringraziarlo per il tempo che mi dedicò.
Purtroppo era malato da tempo e scherzando, tramite il figlio, l’avevo invitato, nel caso, di diventare della Juve, cosa difficile per lui cuore Toro, perché così se ne sarebbe andato uno dei loro…

Siamo a metà degli anni ‘80, si stipava la macchina, rigorosamente una FIAT, di ragazzini, ossia i suoi figli e alcuni dei loro amici tra i quali, sempre presente, il sottoscritto e si partiva per il Comunale.
Sempre stessa strada, passando dalla collina. Con la pioggia, con il freddo o col sole che bruciava.
Lui, oggi mi è chiaro, felice come un bambino, noi di più.
Si partiva molto presto, anche se non era necessario, diceva per trovare posteggio comodo, secondo me per assaporare ogni momento della giornata. Il tutto aveva qualcosa di rituale e, ai nostri occhi, di magico. Il profumo dell’erba e quello acre dei fumogeni, specie sotto il bandierone che copriva tutta la curva e, a squarciagola, all’improvviso si udiva il nostro urlo di battaglia:
“Forza vecchio cuore granata! Forza vecchio cuore granata!”
Poi, a contorno, la partita, tutta un’altra cosa, ovviamente, rispetto alla radiolina della sonnolenta periferia di Settimo Torinese, in televisione infatti, bei tempi, non facevano vedere nulla.
Il Torino del tempo era volitivo, non scarso come quello che avrebbe calcato i campi tra fine anni ‘90 e buona parte dei 2000…Noi però il futuro non lo ipotizzavamo, un po’ perché ragazzini e un po’ perché 20 anni di nulla come fai ad immaginarli? Ci facevamo guidare solo dal nostro entusiasmo, lui nicchiava, lasciava fare, ne aveva viste tante e ne sapeva tanto più di noi. Alcune sue battute sugli arbitri io, inesperto ed ingenuo, non le comprendevo appieno…ma quanto aveva ragione, col senno di poi!
Si andava sempre in Maratona, sciarpe al collo, io cercavo di portare tutti sempre un po’ più al centro, per gridare di più, per tutta la partita ovviamente. Il giorno dopo si doveva andare a scuola senza voce.
Lui non gridava, ma si incazzava più di noi. E’ una “malattia” la nostra che in effetti è così, più invecchi più ti entra dentro e non va più via...
Spesso si vinceva, a volte si perdeva ed allora la disamina in auto era ricca di scontri e di polemiche tra di noi, e sempre alla fine c’era il suo confronto inclemente con quelli dello scudetto del ’76; il Grande Torino era troppo sacro per essere chiamato in causa e non lo si faceva mai. In particolare a uscirne a pezzi erano gli attaccanti: “Pulici quel goal lo faceva ad occhi chiusi!” oppure “Graziani ne faceva tre!”…”Tre ne faceva!” insistendo e ripetendo, com’era solito fare, le ultime parole pronunciate, per dargli ancor più forza.
Noi tendevamo ad arrabbiarci un po’ per la severità del suo giudizio e a difendere i “nostri” paladini, benché ovviamente più scarsi dei “suoi”.
Mi vengono i brividi nel ricordarlo ed è difficile trattenere le lacrime quindi…
Grazie di tutto e buon viaggio Bruno!

giovedì, maggio 25, 2017

Il Paese anormale dove Moggi comanda - Sentenza 36350/15 Cassazione

Per non dimenticare, rileggiamo questo pezzo di Serra del 2006 e rileggiamole le motivazioni della Sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 2015.

Il Paese anormale dove Moggi comanda
di MICHELE SERRA 
(la repubblica 5 maggio 2006)
La cosa veramente triste, leggendo le intercettazioni telefoniche di Luciano Moggi con alcuni dei suoi amiconi preferiti, è che sono esattamente come le avremmo immaginate. Nel lessico, nelle intenzioni, nello spirito: ricalcate sulle nostre supposizioni ordinarie. Né migliori, né peggiori. 

Sono, senza scampo, senza sorprese, la sceneggiatura già mille volte scritta, mille volte recitata, di un potere italiano trafficone e ruffiano che essendo del tutto all'oscuro del binomio diritti/doveri vive, si muove e si assesta attorno al binomio favori/sgarbi. Un mondo di comparaggi e padrinati (dunque, e lo si sottolinea sempre troppo poco, un mondo esclusivamente maschile, e familista, e sostanzialmente arcaico) sempre in bilico tra illegalità da accertare e un molto accertato squallore. 

Come spesso accade nel nostro difficile Paese, diventa complicato perfino parlare di moralità in presenza di mentalità e persone che, esplicitamente, considerano perfettamente legittimo, e forse perfino lodevole, avvolgere i propri interessi di bottega in un fitto bozzolo di protezioni, raccomandazioni, strizzate d'occhio. Come spiegare a un direttore sportivo già chiacchieratissimo che non è proprio il caso di parlare con il designatore degli arbitri (cioè con la più delicata delle istituzioni calcistiche) come se fosse suo compare d'affari? E come spiegare al designatore degli arbitri che spetterebbe proprio a quelli come lui rimettere quelli come Moggi al loro posto, quando è evidente che tra i due la spalla, il sottoposto, è proprio il signor designatore? 

In conversazioni di questo genere - come già in quelle, giustamente proverbiali, dei furbetti del quartierino - non echeggiano mai quelle frasi che certificherebbero il buono stato di salute etica, o forse solo di salute mentale, di una comunità: mai uno "stia al suo posto e non si permetta", mai un "ma si rende conto che esistono delle regole?". Nessuno che infranga, anche solo verbalmente, quell'insopportabile patina di complicità, di "diamoci una mano", che fa da tinta madre a tutti i più unti canovacci nazionali. 

Ovunque un "tu" piacione e colloso, un clima da eterna rimpatriata (e si immaginano i ristoranti, i bavaglioli, le risate grasse) e una furbizia greve, da commedia dell'arte: quella stessa che poi vediamo, ripulita dei suoi quadri più inconfessabili, nei peggiori talk-show calcistici, dove "l'amico Moggi" da anni ammannisce a una platea spesso estasiata oscure facezie e sorridenti minacce, una specie di andreottisimo però imbertoldito, un'imitazione popolaresca del Potere che è parodia però senza saperlo. In fondo soprattutto penosa, e penosa non tanto perché rimanda a probabili prepotenze calcistiche, quando perché incarna (altro che calcio...) la vecchia furbizia contadina italiana appena appena camuffata, incravattata di fresco, e riscodellata in video per la gran gioia di chi non vuole fare la fatica di pensarci diversi, noi italiani, da questo stucchevole arrangiarci da subalterni: da servi, altro che da potenti. (Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare). 

E il tutto, poi, si badi bene, ben radicato e fiorito lungo 
il corso degli anni alla corte della sola accertata monarchia borghese d'Italia, la Juventus dello "stile Juventus", gli Agnelli dello "stile Agnelli". Le cui giovani leve, esauriti i dovuti vizi di crescita, si spera possano dare una sterzata all'andazzo, vincendo mezzo scudetto di meno, magari, ma guadagnando un minimo di "immagine", parola così di moda che sempre più spesso ci si dimentica che forse significa qualcosa. 

Tanto, Moggi un altro lavoro lo troverebbe di sicuro: il calcio italiano, e il Paese in genere, non pare abbiamo i normali anticorpi bastanti a difendersi dai prepotenti e dai furbi. Difatti, suscitando altri tremiti in altri ambienti attenti allo stile, ogni tanto corre la voce che l'indubitabile signore Moratti voglia portarlo all'Inter, questo fenomeno della telefonata giusta. 
Speriamo di no. Ma non stupiamoci se è sì.--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La Sentenza 36350/15 della Corte Suprema di Cassazione (è al vertice della giurisdizione ordinaria italiana, non è giustizia sportiva...
), 
precisa come andarono le cose.