martedì, gennaio 29, 2013
lunedì, gennaio 14, 2013
ugorismi
«Se dovessi morire preferirei farlo durante la pubblicità». UG
venerdì, gennaio 11, 2013
servizio pubblico 10 gennaio 13
Giovedì 13 alle ore 21.10 "servizio pubblico" berlusconi in diretta da
santoro, ugo aveva un programma formidabile calze, mutande, vestaglione
di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di
cipolle, per la quale andava pazzo, familiare di peroni gelata, tifo
indiavolato e rutto libero...
silvio era atteso ad una ostica gara in trasferta.
a mio avviso solo travaglio ha retto l'urto...per il resto, pur dicendo le sue solite balle (aggiungendo però dati e dettagli "nuovi"), berlusca ha stradominato il confronto risultando molto piu' efficace e "credibile" di quando gioca in casa (da vespa, d'urso ecc).
addirittura, l'altra sera, è stato più caustico lo stesso vespa quando l'ha bloccato dicendogli che si poteva limitare a muovere la bocca e lui avrebbe fatto il ventriloquo essendo le cose che avrebbe detto già note a tutti.
tanto fighe quanto imbarazzanti la costamagna e la innocenti in evidente soggezione di fronte al monstrum.
qualcuno (il mio amico carlo s.), più cauto, parla di pareggio.
a volte un pareggio in trasferta è però una vittoria ed è questo il caso.
c'erano, sulla carta come si dice in gergo calcistico, i presupposti per ridurlo ai minimi termini e l'occasione, ghiotta e a lungo attesa, non è stata sfruttata.
probabilmente i paletti che, astutamente, silvio aveva messo alla sua partecipazione sono stati troppo vantaggiosi per il nano.
mi sarebbe piaciuto vedere una rula jebreal, ossia una giornalista con maggiore personalità, incalzarlo a ritmo serrato.
ieri sera innocenti e costamagna davano l'idea di essere tele-comandate da santoro, un po' come boncompagni con ambra...evidentemente c'era un copione che non è stato studiato bene ed interpretato peggio.
silvio invece - lucido e brillante - ha tirato giu' un mare di numeri e non una volta è stato contraddetto sul merito. è stata una disfatta.
al tizio che faceva notare l'incremento giornaliero del suo patrimonio, silvio ha replicato dicendo:"eh manager bravi".
tutti muti, nessuno a dirgli: "testa di cazzo! se ad esempio, essendo al governo del paese, punti tutto sul digitale terrestre e su TV invece che su internet è evidente che fai una palata di soldi! bastardo".
berlusconi si è adattato alla gara cambiando atteggiamento a seconda del momento e del caso, santoro e compagni non sono stati flessibili, non sono stati bravi a cambiare in corsa.
forse il toscanaccio vauro se la sarebbe giocata meglio - ma è stato tenuto forzatamente in panchina
- infatti la chiusura sulla costituzione italiana era efficace ma anche quello è stato un argomento che durante il confronto non è stato sottolineato per nulla si è puntato tutto solo su IMU argomento che berlusca aveva già disinnescato in partenza dicendo una bella panzana ma raccontandola bene:
monti era appena salito al governo, avremmo dovuto seccarlo subito lasciando il paese nel caos?
domanda retorica con risposta negativa.
eh bravo silvio te la sei giocata alla grande
PS:: si ringrazia il ragionier ugo fantozzi per l'incipit
silvio era atteso ad una ostica gara in trasferta.
a mio avviso solo travaglio ha retto l'urto...per il resto, pur dicendo le sue solite balle (aggiungendo però dati e dettagli "nuovi"), berlusca ha stradominato il confronto risultando molto piu' efficace e "credibile" di quando gioca in casa (da vespa, d'urso ecc).
addirittura, l'altra sera, è stato più caustico lo stesso vespa quando l'ha bloccato dicendogli che si poteva limitare a muovere la bocca e lui avrebbe fatto il ventriloquo essendo le cose che avrebbe detto già note a tutti.
tanto fighe quanto imbarazzanti la costamagna e la innocenti in evidente soggezione di fronte al monstrum.
qualcuno (il mio amico carlo s.), più cauto, parla di pareggio.
a volte un pareggio in trasferta è però una vittoria ed è questo il caso.
c'erano, sulla carta come si dice in gergo calcistico, i presupposti per ridurlo ai minimi termini e l'occasione, ghiotta e a lungo attesa, non è stata sfruttata.
probabilmente i paletti che, astutamente, silvio aveva messo alla sua partecipazione sono stati troppo vantaggiosi per il nano.
mi sarebbe piaciuto vedere una rula jebreal, ossia una giornalista con maggiore personalità, incalzarlo a ritmo serrato.
ieri sera innocenti e costamagna davano l'idea di essere tele-comandate da santoro, un po' come boncompagni con ambra...evidentemente c'era un copione che non è stato studiato bene ed interpretato peggio.
silvio invece - lucido e brillante - ha tirato giu' un mare di numeri e non una volta è stato contraddetto sul merito. è stata una disfatta.
al tizio che faceva notare l'incremento giornaliero del suo patrimonio, silvio ha replicato dicendo:"eh manager bravi".
tutti muti, nessuno a dirgli: "testa di cazzo! se ad esempio, essendo al governo del paese, punti tutto sul digitale terrestre e su TV invece che su internet è evidente che fai una palata di soldi! bastardo".
berlusconi si è adattato alla gara cambiando atteggiamento a seconda del momento e del caso, santoro e compagni non sono stati flessibili, non sono stati bravi a cambiare in corsa.
forse il toscanaccio vauro se la sarebbe giocata meglio - ma è stato tenuto forzatamente in panchina
- infatti la chiusura sulla costituzione italiana era efficace ma anche quello è stato un argomento che durante il confronto non è stato sottolineato per nulla si è puntato tutto solo su IMU argomento che berlusca aveva già disinnescato in partenza dicendo una bella panzana ma raccontandola bene:
monti era appena salito al governo, avremmo dovuto seccarlo subito lasciando il paese nel caos?
domanda retorica con risposta negativa.
eh bravo silvio te la sei giocata alla grande
PS:: si ringrazia il ragionier ugo fantozzi per l'incipit
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martedì, gennaio 08, 2013
penso positivo
sono tempi duri. stavolta è proprio vero, anche per me e non solo per "gli altri" (è sempre piu' semplice accettare le "difficoltà" che non ti coinvolgono direttamente...).
a me però piace trovare nelle avversità gli aspetti positivi e il modo di trasformare gli eventi negativi da sfavorevoli a vantaggiosi.
non sempre è possibile.
ma se non è possibile...perchè preoccuparsene?
e poi il futuro è inconoscibile, sei lì che ti arrovelli pensando al domani e potresti essere tirato giu' dalla pensionata 90enne che non ti vede mentre attraversi sulle strisce...
non dico di godere l'attimo: cazzata. se non c'è nulla di cui essere lieti perchè essere felici per forza?
ma almeno non mortificarsi preventivamente per quello che non si conosce.
io guardo la mia bimba e sono felice.
farò ogni cosa che potrò per renderle la vita bella e piacevole come fecero i miei genitori, riuscendoci, con me.
e poi...ma che se ne vadano tutti a fanculo (tranne la pulcina, beninteso)!
giovedì, dicembre 20, 2012
mercoledì, dicembre 19, 2012
De origine et situ Germanorum
Il breve scritto di Publio Cornelio Tacito "La Germania" è una chicca.
Tanto breve quanto significativo.
Lo scopo principale era contrapporre alcuni aspetti positivi delle popolazioni nordiche (vita dura e ribelle, coraggiosi e con pochi fronzoli) alla dilangante corruzione e mollezza che si respirava nella capitale.
Fatte le debite proporzioni, è evidente che, benchè siano passati poco meno di 2000 anni, da allora è cambiato poco. Si parla alla nuora perchè suocera intenda.
Questa è la riflessione che si legge oggi su "La Stampa" nella pagina della cultura, a presentazione del saggio "Un libro molto pericoloso. La «Germania» di Tacito dall'impero romano al Terzo Reich" di Christopher Krebs.
Quello che volevo sottolineare qui, rileggendo Tacito, è un altro aspetto, legato al metodo, ossia la deontologia professionale di chi scrive. Mi riallaccio all'epilogo del trattato laddove specifica che, non avendo verificato una notizia (su ellusii e ossioni), semplicemente non si esprime.
Che bello!
In un mondo dove tutti scrivono (e parlano) a vanvera, una persona che afferma a chiare lettere che non può parlare di qualcosa che non conosce!
Quanti social network chiuderebbero? Quanti "sms" in meno? quanta paccottiglia (in libreria, in edicola, in Tv o in rete...alla radio anche!) risparmiata?
Tanto breve quanto significativo.
Lo scopo principale era contrapporre alcuni aspetti positivi delle popolazioni nordiche (vita dura e ribelle, coraggiosi e con pochi fronzoli) alla dilangante corruzione e mollezza che si respirava nella capitale.
Fatte le debite proporzioni, è evidente che, benchè siano passati poco meno di 2000 anni, da allora è cambiato poco. Si parla alla nuora perchè suocera intenda.
Questa è la riflessione che si legge oggi su "La Stampa" nella pagina della cultura, a presentazione del saggio "Un libro molto pericoloso. La «Germania» di Tacito dall'impero romano al Terzo Reich" di Christopher Krebs.
Quello che volevo sottolineare qui, rileggendo Tacito, è un altro aspetto, legato al metodo, ossia la deontologia professionale di chi scrive. Mi riallaccio all'epilogo del trattato laddove specifica che, non avendo verificato una notizia (su ellusii e ossioni), semplicemente non si esprime.
Che bello!
In un mondo dove tutti scrivono (e parlano) a vanvera, una persona che afferma a chiare lettere che non può parlare di qualcosa che non conosce!
Quanti social network chiuderebbero? Quanti "sms" in meno? quanta paccottiglia (in libreria, in edicola, in Tv o in rete...alla radio anche!) risparmiata?
Ecco cosa dice Tacito, potrebbe essere uno slogan o un manifesto:
"Cetera iam fabulosa: Hellusios et Oxionas ora
hominum voltusquecorpora atqueartus ferarum gerere: quod ego ut incompertum in
medio relinquam."
Invece di limitarsi a commenti banali e a ri-tweettare notizie non verificate: risalire alle fonti (e farsi una idea con la propria testa! possibilmente).
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martedì, dicembre 18, 2012
venerdì, ottobre 26, 2012
martedì, ottobre 09, 2012
bella novità!
non so da quando ma finalmente su http://www.libreriauniversitaria.it/ sono visibili le recensioni dei libri fatte dai lettori.
fino ad oggi per acquisto di un libro mi basavo su IBS (poche recensioni ma attendibili) e/o anobii (troppe, troppo lunghe e spesso autoreferenziali)...che abbia trovato la terza via?
Noto prerò "troppe" recensioni positive indipendentemente dal testo selezionato...male male!
Come si fa a non stroncare "Il profumo delle foglie di limone"?
confronta recensioni:
libreriauniversitaria.it
IBS
anobii
fino ad oggi per acquisto di un libro mi basavo su IBS (poche recensioni ma attendibili) e/o anobii (troppe, troppo lunghe e spesso autoreferenziali)...che abbia trovato la terza via?
Noto prerò "troppe" recensioni positive indipendentemente dal testo selezionato...male male!
Come si fa a non stroncare "Il profumo delle foglie di limone"?
confronta recensioni:
libreriauniversitaria.it
IBS
anobii
The “busy” trap
"Se vivete negli Stati Uniti del ventunesimo secolo, avrete già sentito
un sacco di gente dirvi che ha da fare. È diventata la risposta standard
ogni volta che chiedi a qualcuno come va: “Ho da fare”, “Ho un gran da
fare.” “Ho troppo da fare.” È chiaramente un’ostentazione mascherata da
lamentela. In realtà significa
“Mica male
come problema”, oppure “Meglio del contrario”. Fateci caso: di solito
chi si lamenta del troppo da fare non è gente che fa mucchi di turni in
reparto di terapia intensiva o fa la spola fra tre impieghi a salario
minimo. Quelli non hanno troppo da fare: quelli sono stanchi. Sfiniti.
Non stanno in piedi. No, a farlo sono quasi sempre delle persone che
tutto il loro da fare, molto semplicemente, se lo impongono: si tratta
sempre di lavori e di obblighi che hanno assunto volontariamente, di
corsi e attività a cui i figli partecipano dopo essere stati
“incoraggiati” a farlo.
Sono indaffarati a causa della loro stessa ambizione, del loro slancio o dell’ansia, perché sono dipendenti dall’iperattività e terrorizzati da ciò che dovrebbero fronteggiare in sua assenza. Quasi tutti quelli che conosco sono straindaffarati. Quando non lavorano, o non fanno qualcosa per promuovere il loro lavoro, provano ansia e senso di colpa.
Infilano nelle loro tabelle di marcia il tempo con gli amici, come certi studenti con la media bassa fanno in modo di mettere in curriculum qualche ora di lavori socialmente utili perché fa bella figura sulle domande per l’università.
Qualche giorno fa ho scritto a un amico chiedendogli se questa settimana gli andava di fare qualcosa. Mi ha risposto che non aveva molto tempo, ma se saltava fuori qualcosa di farglielo sapere, che magari si prendeva qualche ora dal lavoro. Ho avuto la tentazione di specificargli che la mia domanda non era un preavviso in vista di un futuro invito: la mia domanda era l’invito. Ma il suo da fare era come un fortissimo rumore continuo al di sopra del quale lui mi gridava le cose, e alla fine ho rinunciato a strillare per farmi sentire a mia volta.
Perfino i bambini, oggi, hanno sempre da fare, con giornate organizzate fin nelle mezz’ore, tra corsi e attività extrascolastiche. Arrivano a casa a fine giornata stanchi come gli adulti.Io appartengo a una generazione di mezzo, e ogni pomeriggio avevo tre ore di tempo totalmente disorganizzato e quasi sempre libero da controlli che usavo per fare qualsiasi cosa: sfogliare l’enciclopedia, creare filmini d’animazione, girare con gli amici per i boschi
lanciandosi zolle di terra negli occhi, tutte cose dalle quali ho ricavato capacità e informazioni importanti, che ancora oggi rimangono preziose. Quelle ore di libertà sono diventate il modello di come avrei voluto vivere il resto della mia vita. L’isteria di oggi non è una condizione della vita necessaria né inevitabile. È una cosa che ci siamo scelti, anche solo accettandola.
Qualche tempo fa ho parlato su Skype con un’amica che ha lasciato la città per gli affitti troppo alti, e che adesso vive in una residenza per artisti in un paesino nel sud della Francia. Dice di essere felice e rilassata per la prima volta dopo anni. Lavora, sia chiaro, ma il lavoro non le consuma l’intera giornata e il cervello. Dice che le sembra di essere tornata all’università: ha un giro di amici che si ritrovano al bar tutte le sere. Ha di nuovo un fidanzato (una volta mi aveva così riassunto, con mestizia, la questione delle relazioni a New York: “Hanno tutti troppo da fare e credono tutti di poter fare di più”). Lei credeva che la sua personalità – frenetica, nervosa, ansiosa e triste – fosse l’effetto di una deformazione imposta dall’ambiente. Ma nessuno di noi vuole vivere in questo modo, non più di quanto uno voglia trovarsi in un ingorgo stradale o farsi calpestare dalla folla di uno stadio, o subire i crudeli responsabili delle scuole superiori: è una cosa che ci costringiamo a fare collettivamente e vicendevolmente.
Essere indaffarati funziona come una sorta di rassicurazione esistenziale, di barriera contro il senso di vuoto: è chiaro che la nostra vita non può essere insulsa o banale o priva di senso se siamo sempre così indaffarati, pieni di impegni, richiesti a ogni ora del giorno.
Una volta conoscevo una ragazza che faceva uno stage nella redazione di una rivista. Durante la pausa pranzo non le permettevano di uscire, nel caso avessero avuto urgente bisogno di lei. Parliamo di una rivista di programmi televisivi, la cui esistenza è diventata inutile nell’istante in cui sui telecomandi è comparso il tasto “menù”, ed è quindi difficile interpretare una simile pretesa di indispensabilità come qualcosa di più di una forma di autoinganno istituzionalizzato.
Oggi, un numero crescente di persone non fa più nulla di tangibile.
Forse tutto questo nostro istrionico sfinimento è solo un modo per dissimulare il fatto che controlli che quel che facciamo, in buona parte, non ha la minima importanza.
Io non sono indaffarato. Sono l’ambizioso più pigro che conosco.
Come molti di quelli che scrivono, anch’io sento di non meritare di vivere quando per un giorno non scrivo, ma penso anche che quattro o cinque ore siano sufficienti per guadagnarmi un altro giorno di permanenza sul pianeta.
Nelle migliori giornate normali della mia vita, al mattino scrivo, al pomeriggio vado a fare un lungo giro in bicicletta e le commissioni, e alla sera vedo gli amici, leggo o guardo un film.
A me questo sembra un ritmo sano e piacevole. E se mi chiamate chiedendomi se ho voglia di lasciar perdere il lavoro e andare a visitare la nuova ala americana del Metropolitan, o a guardare le ragazze a Central Park, o semplicemente a bere cocktail rosa con un retrogusto di menta per tutto il giorno, io vi risponderò: “a che ora?”.
Negli ultimi mesi, però, a causa di una serie di obblighi professionali ho pericolosamente cominciato a essere indaffarato anch’io.
Per la prima volta ho potuto dire agli altri, e senza mettermi a ridere, che avevo “troppo da fare” per andare in un certo posto o fare quello che mi si chiedeva. E ho capito perché alla gente questo tipo di lamentela piace: ti fa sentire importante, richiesto e sfruttato.
Solo che io detesto essere indaffarato davvero. Ogni mattina avevo la posta piena di email in cui mi si chiedeva di fare cose che non volevo fare o mi si presentavano problemi che dovevo risolvere. la situazione si è fatta sempre più insopportabile, fino a quando un giorno sono fuggito nella località segreta da cui vi scrivo.
Qui di obblighi quasi non ne esistono. Non c’è la televisione. Per controllare la posta elettronica devo prendere la macchina e andare in biblioteca. Passo anche una settimana intera senza vedere nessuno che conosco. Mi sono ricordato dell’esistenza dei ranuncoli, delle cimici e delle stelle. Leggo. E mi sono rimesso a scrivere sul serio per la prima volta dopo mesi.
È difficile trovare qualcosa da dire sulla vita se non ci si immerge nel mondo, ma è altrettanto impossibile capire di cosa potrebbe trattarsi, o come meglio dirlo, se poi non si fugge.
L’ozio non è solo una vacanza, un’indulgenza o un vizio: è indispensabile al cervello come la vitamina D al corpo, e in sua assenza viviamo una sofferenza mentale deformante come il rachitismo.Lo spazio e il silenzio offerti dall’ozio sono una condizione necessaria per fare un passo indietro e osservare la vita nella sua interezza, effettuare connessioni inaspettate e attendere il repentino lampo estivo dell’ispirazione. Paradossalmente, è necessario se si vuole combinare qualcosa. “L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo”, scriveva Thomas Pynchon nel suo saggio sull’accidia. L’eureka di Archimede nella vasca da bagno, la mela di Newton, Jekyll e Hyde: la storia è piena di aneddoti in cui l’ispirazione arriva nei momenti di ozio e in sogno.
Viene quasi da chiedersi se le più grandi idee, invenzioni e capolavori non sono merito dei fannulloni, perdigiorno e scansafatiche più che degli stacanovisti.
“L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione, così che tutti possano giocare. Ecco perché è necessario distruggere l’attuale sistema politico-economico”. Può sembrare il proclama di un anarchico armato di canne, ma in realtà sono parole di Arthur C. Clarke, che tra un’immersione in mare e una partita a flipper trovò il tempo di scrivere Le guide del tramonto e concepire i satelliti per le telecomunicazioni.
Il mio vecchio collega Ted Rall ha da poco scritto un editoriale in cui propone di separare il reddito dal lavoro, dando a tutti i cittadini uno stipendio garantito, il che suona esattamente come il genere di idea assurda che tra un secolo verrà considerata un diritto umano fondamentale, come l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale e la giornata lavorativa di otto ore.
Furono i puritani a trasformare il lavoro in virtù, evidentemente scordandosi che Dio l’aveva inventato come punizione.
Forse il mondo andrebbe rapidamente a rotoli se tutti si comportassero come me. Ma mi sento di ipotizzare che una vita umana ideale si collochi da qualche parte tra la mia proterva indolenza e il corri corri frenetico del resto del mondo.
Il mio ruolo è semplicemente quello di cattivo esempio: sono il ragazzino che fuori dalla finestra dell’aula fa le smorfie a te seduto al banco, invitandoti, solo per stavolta, a inventare una scusa e venire qui fuori a giocare.
Nel mio caso, quest’incrollabile indolenza è più un lusso che una virtù, ma è vero che ho preso la decisione, molto tempo fa, di privilegiare il tempo rispetto al denaro, perché ho sempre avuto chiaro che il miglior modo d’investire il mio tempo limitato sulla terra è trascorrerlo con le persone che amo.
È possibile che sul letto di morte io mi penta di tutto il lavoro non fatto, e di non aver detto tutto quello che avevo da dire, ma in realtà penso che il mio vero rimpianto sarà quello di non potermi più fare un’altra birra con Chris, un’altra lunga chiacchierata con Megan, o un’ultima grassa risata con Boyd.
La vita è troppo breve per darsi davvero da fare". - mc
TIM KREIDER è un giornalista e fumettista statunitense. Questo articolo è uscito sul New York Times con il titolo The “busy” trap.
tratto da:
Internazionale n. 959
Sono indaffarati a causa della loro stessa ambizione, del loro slancio o dell’ansia, perché sono dipendenti dall’iperattività e terrorizzati da ciò che dovrebbero fronteggiare in sua assenza. Quasi tutti quelli che conosco sono straindaffarati. Quando non lavorano, o non fanno qualcosa per promuovere il loro lavoro, provano ansia e senso di colpa.
Infilano nelle loro tabelle di marcia il tempo con gli amici, come certi studenti con la media bassa fanno in modo di mettere in curriculum qualche ora di lavori socialmente utili perché fa bella figura sulle domande per l’università.
Qualche giorno fa ho scritto a un amico chiedendogli se questa settimana gli andava di fare qualcosa. Mi ha risposto che non aveva molto tempo, ma se saltava fuori qualcosa di farglielo sapere, che magari si prendeva qualche ora dal lavoro. Ho avuto la tentazione di specificargli che la mia domanda non era un preavviso in vista di un futuro invito: la mia domanda era l’invito. Ma il suo da fare era come un fortissimo rumore continuo al di sopra del quale lui mi gridava le cose, e alla fine ho rinunciato a strillare per farmi sentire a mia volta.
Perfino i bambini, oggi, hanno sempre da fare, con giornate organizzate fin nelle mezz’ore, tra corsi e attività extrascolastiche. Arrivano a casa a fine giornata stanchi come gli adulti.Io appartengo a una generazione di mezzo, e ogni pomeriggio avevo tre ore di tempo totalmente disorganizzato e quasi sempre libero da controlli che usavo per fare qualsiasi cosa: sfogliare l’enciclopedia, creare filmini d’animazione, girare con gli amici per i boschi
lanciandosi zolle di terra negli occhi, tutte cose dalle quali ho ricavato capacità e informazioni importanti, che ancora oggi rimangono preziose. Quelle ore di libertà sono diventate il modello di come avrei voluto vivere il resto della mia vita. L’isteria di oggi non è una condizione della vita necessaria né inevitabile. È una cosa che ci siamo scelti, anche solo accettandola.
Qualche tempo fa ho parlato su Skype con un’amica che ha lasciato la città per gli affitti troppo alti, e che adesso vive in una residenza per artisti in un paesino nel sud della Francia. Dice di essere felice e rilassata per la prima volta dopo anni. Lavora, sia chiaro, ma il lavoro non le consuma l’intera giornata e il cervello. Dice che le sembra di essere tornata all’università: ha un giro di amici che si ritrovano al bar tutte le sere. Ha di nuovo un fidanzato (una volta mi aveva così riassunto, con mestizia, la questione delle relazioni a New York: “Hanno tutti troppo da fare e credono tutti di poter fare di più”). Lei credeva che la sua personalità – frenetica, nervosa, ansiosa e triste – fosse l’effetto di una deformazione imposta dall’ambiente. Ma nessuno di noi vuole vivere in questo modo, non più di quanto uno voglia trovarsi in un ingorgo stradale o farsi calpestare dalla folla di uno stadio, o subire i crudeli responsabili delle scuole superiori: è una cosa che ci costringiamo a fare collettivamente e vicendevolmente.
Essere indaffarati funziona come una sorta di rassicurazione esistenziale, di barriera contro il senso di vuoto: è chiaro che la nostra vita non può essere insulsa o banale o priva di senso se siamo sempre così indaffarati, pieni di impegni, richiesti a ogni ora del giorno.
Una volta conoscevo una ragazza che faceva uno stage nella redazione di una rivista. Durante la pausa pranzo non le permettevano di uscire, nel caso avessero avuto urgente bisogno di lei. Parliamo di una rivista di programmi televisivi, la cui esistenza è diventata inutile nell’istante in cui sui telecomandi è comparso il tasto “menù”, ed è quindi difficile interpretare una simile pretesa di indispensabilità come qualcosa di più di una forma di autoinganno istituzionalizzato.
Oggi, un numero crescente di persone non fa più nulla di tangibile.
Forse tutto questo nostro istrionico sfinimento è solo un modo per dissimulare il fatto che controlli che quel che facciamo, in buona parte, non ha la minima importanza.
Io non sono indaffarato. Sono l’ambizioso più pigro che conosco.
Come molti di quelli che scrivono, anch’io sento di non meritare di vivere quando per un giorno non scrivo, ma penso anche che quattro o cinque ore siano sufficienti per guadagnarmi un altro giorno di permanenza sul pianeta.
Nelle migliori giornate normali della mia vita, al mattino scrivo, al pomeriggio vado a fare un lungo giro in bicicletta e le commissioni, e alla sera vedo gli amici, leggo o guardo un film.
A me questo sembra un ritmo sano e piacevole. E se mi chiamate chiedendomi se ho voglia di lasciar perdere il lavoro e andare a visitare la nuova ala americana del Metropolitan, o a guardare le ragazze a Central Park, o semplicemente a bere cocktail rosa con un retrogusto di menta per tutto il giorno, io vi risponderò: “a che ora?”.
Negli ultimi mesi, però, a causa di una serie di obblighi professionali ho pericolosamente cominciato a essere indaffarato anch’io.
Per la prima volta ho potuto dire agli altri, e senza mettermi a ridere, che avevo “troppo da fare” per andare in un certo posto o fare quello che mi si chiedeva. E ho capito perché alla gente questo tipo di lamentela piace: ti fa sentire importante, richiesto e sfruttato.
Solo che io detesto essere indaffarato davvero. Ogni mattina avevo la posta piena di email in cui mi si chiedeva di fare cose che non volevo fare o mi si presentavano problemi che dovevo risolvere. la situazione si è fatta sempre più insopportabile, fino a quando un giorno sono fuggito nella località segreta da cui vi scrivo.
Qui di obblighi quasi non ne esistono. Non c’è la televisione. Per controllare la posta elettronica devo prendere la macchina e andare in biblioteca. Passo anche una settimana intera senza vedere nessuno che conosco. Mi sono ricordato dell’esistenza dei ranuncoli, delle cimici e delle stelle. Leggo. E mi sono rimesso a scrivere sul serio per la prima volta dopo mesi.
È difficile trovare qualcosa da dire sulla vita se non ci si immerge nel mondo, ma è altrettanto impossibile capire di cosa potrebbe trattarsi, o come meglio dirlo, se poi non si fugge.
L’ozio non è solo una vacanza, un’indulgenza o un vizio: è indispensabile al cervello come la vitamina D al corpo, e in sua assenza viviamo una sofferenza mentale deformante come il rachitismo.Lo spazio e il silenzio offerti dall’ozio sono una condizione necessaria per fare un passo indietro e osservare la vita nella sua interezza, effettuare connessioni inaspettate e attendere il repentino lampo estivo dell’ispirazione. Paradossalmente, è necessario se si vuole combinare qualcosa. “L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo”, scriveva Thomas Pynchon nel suo saggio sull’accidia. L’eureka di Archimede nella vasca da bagno, la mela di Newton, Jekyll e Hyde: la storia è piena di aneddoti in cui l’ispirazione arriva nei momenti di ozio e in sogno.
Viene quasi da chiedersi se le più grandi idee, invenzioni e capolavori non sono merito dei fannulloni, perdigiorno e scansafatiche più che degli stacanovisti.
“L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione, così che tutti possano giocare. Ecco perché è necessario distruggere l’attuale sistema politico-economico”. Può sembrare il proclama di un anarchico armato di canne, ma in realtà sono parole di Arthur C. Clarke, che tra un’immersione in mare e una partita a flipper trovò il tempo di scrivere Le guide del tramonto e concepire i satelliti per le telecomunicazioni.
Il mio vecchio collega Ted Rall ha da poco scritto un editoriale in cui propone di separare il reddito dal lavoro, dando a tutti i cittadini uno stipendio garantito, il che suona esattamente come il genere di idea assurda che tra un secolo verrà considerata un diritto umano fondamentale, come l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale e la giornata lavorativa di otto ore.
Furono i puritani a trasformare il lavoro in virtù, evidentemente scordandosi che Dio l’aveva inventato come punizione.
Forse il mondo andrebbe rapidamente a rotoli se tutti si comportassero come me. Ma mi sento di ipotizzare che una vita umana ideale si collochi da qualche parte tra la mia proterva indolenza e il corri corri frenetico del resto del mondo.
Il mio ruolo è semplicemente quello di cattivo esempio: sono il ragazzino che fuori dalla finestra dell’aula fa le smorfie a te seduto al banco, invitandoti, solo per stavolta, a inventare una scusa e venire qui fuori a giocare.
Nel mio caso, quest’incrollabile indolenza è più un lusso che una virtù, ma è vero che ho preso la decisione, molto tempo fa, di privilegiare il tempo rispetto al denaro, perché ho sempre avuto chiaro che il miglior modo d’investire il mio tempo limitato sulla terra è trascorrerlo con le persone che amo.
È possibile che sul letto di morte io mi penta di tutto il lavoro non fatto, e di non aver detto tutto quello che avevo da dire, ma in realtà penso che il mio vero rimpianto sarà quello di non potermi più fare un’altra birra con Chris, un’altra lunga chiacchierata con Megan, o un’ultima grassa risata con Boyd.
La vita è troppo breve per darsi davvero da fare". - mc
TIM KREIDER è un giornalista e fumettista statunitense. Questo articolo è uscito sul New York Times con il titolo The “busy” trap.
tratto da:
Internazionale n. 959
mercoledì, ottobre 03, 2012
Amore, rete e stati uniti
Anobii - che Dio lo benedica - tra i suoi tanti meriti "diretti" ne ha anche un altro "indiretto", ti permette di riflettere.
attività che in effetti già svolgevo,
ma che è stata potenziata con i dati reperiti dal sito, dati che posso analizzare da punti di vista diversi dal solito.
l'opera immane che ho iniziato da un po', il caricamento di
tutti i miei libri cartacei (...a caricare quelli digitali ho rinunciato
non potendo utilizzare il caricamento massivo previsto), mi ha aperto nuovi scenari interpretativi.
purtroppo le ultime versioni della APP anobii per smartphone sono decisamente peggiorative rispetto alle precedenti: non
si hanno dati attendibili sullo stato della propria libreria e non si
leggono, benché esistenti, le recensioni degli altri lettori.
riflettendo,
la cosa curiosa, benché banalmente fisiologica, che mi è saltata
all'occhio è il cambiamento di gusti e di letture nel corso degli ultimi
vent'anni (o meglio 25).
l'evento più rilevante è la scoperta degli americani (i viaggi negli USA hanno aiutato, indubbiamente).
Un tempo bistrattati, un po' per ideologia un po', credo, per influenza del classico che i classici nostrani inevitabilmente spinge.
E poi ci sono i gusti personali...ma quanto tempo perso dietro a letture che oggi mi paiono così inutili!!!
Prendi in mano un libro improbabile per caricarlo su anobii e ti rendi conto, dalla personale codifica vergata a mano sul volume, che l'hai letto!
Non te lo ricordi più...e mai diresti di essertelo sorbito.
Adesso
il tempo è poco per leggere e mi coglie l'ansia di non riuscire a
"scandagliare" tante opere che meriterebbero letture e riletture.
voglio essere esodato!
e dedicarmi solo più a colmare questa lacuna e, in primis, ad amare la mia bimba.
ieri
pomeriggio ero intento nella solita caccia al tesoro - il reperire libri
fuori catalogo di autori che amo cercandoli nei mercatini dell'usato -
ed ho osservato una scena che spero di poter vivere tra qualche anno: padre e figlio adolescente intenti nella mia stessa, al momento solitaria, operazione di ricerca.
inutile nasconderlo
lunedì, ottobre 01, 2012
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Mi fanno quasi tenerezza questi truffatori maldestri.
Riescono, in sole tre righe, a rivolgersi al sottoscritto utilizzando il "voi", il "lei" e il "tu".
Ecchecazzo! Un po' di coernza!
martedì, settembre 18, 2012
giovedì, settembre 06, 2012
apologia di del piero
non avrei mai immaginato di poterla fare, ma la lettura dell'articolo odierno di marco ansaldo ("del piero, era meglio chiudere col calcio") mi ha spinto a fare una breve e mal articolata - non ci sono avvezzo - difesa del giocatore simbolo della gobba.
il contesto è noto: la dirigenza della juve (andrea agnelli in testa)
lo scorso hanno ha dato il benservito al numero 10.
avrebbe potuto gestire con maggior classe la situazione, ma lo stile juve è una balla epocale ergo non lo citerei neanche.
tifoseria (Estiqaatsi?) e giocatore non l'han presa bene.
del piero, da apprezzare in questo caso, non ha fatto polemiche.
oggi la moglie rilascia una intervista dove però traspare l'amarezza, normale.
la bugiarda, più realista del re, risponde con questo pezzo assurdo di ansaldo.
come allo stesso modo lo erano i panegirici scritti fino a ieri.
quando si scrive un pezzo, si possono fare delle ipotesi, certo, ma se sei un "giornalista" è meglio che tu citi fonte e/o dica le cose chiare, ti attenga ai fatti, se li conosci li riassumi per il lettore, teoricamente il tuo padrone per dirla con l'indro.
ansaldo si lancia invece in una serie di supposizoni e commenti gratuitamente malevoli (esempi: "’idea bizzarra di calpestare il pianeta rovesciato non troviamo nella sua scelta niente di coraggioso nè avventuroso", "è difficile unirsi all’entusiasmo scatenato attorno al del piero calciatore", "triste finale", "Sinceramente non crediamo alla favola che ci sia stata, fuori dagli uffici di del piero, la coda universale di club in attesa del suo assenso." ecc), lasciandosi andare a considerazioni personali che, credo, non interessano molto ad alcuno.
a sydney ci sono stato. è un altro mondo. interessantissimo. già solo per questo si potrebbe essere entuasisti di questa nuova avventura. sicuramente là il calcio fa ridere ma perchè privarsi di due anni di gioco (chi si avvinica a chiudere con qualcosa che l'ha divertit molto fa fatica a farlo...come, fatte le debite proporzioni, faccio anch'io con l'arbitraggio) ben remunerato?
è poi evidente - è questa una ipotesi che si poteva fare essendo semplice semplice - che non sono certo i soldi che l'hanno spinto alla scelta: avrebbe sicuramente potuto monetizzare ancor meglio in cina o in arabia (vedi il recento espatrio di quel pirla di lippi...anche in questo caso comunque si può parlare di "scelta di vita" che sfido chiunque a non trovare stimolante. se poi uno preferisce stare 8 ore di fronte a un PC in corso tazzoli beh cazzi suoi!).
questo articolo, unitamente al "buongiorno" di gramellini (arriva ad elogiare se stesso! pazzesco: pessimo gusto vedi "lezioni di vita") mi fanno capire meglio quanto io sia masochista. granata fino al midollo quindi.
è carta strtaccia, ma ogni mattina la leggo...
in bocca al lupo del piè!
(così, tra le altre cose, non ci stai sui coglioni qui a Torino)
il contesto è noto: la dirigenza della juve (andrea agnelli in testa)
lo scorso hanno ha dato il benservito al numero 10.
avrebbe potuto gestire con maggior classe la situazione, ma lo stile juve è una balla epocale ergo non lo citerei neanche.
tifoseria (Estiqaatsi?) e giocatore non l'han presa bene.
del piero, da apprezzare in questo caso, non ha fatto polemiche.
oggi la moglie rilascia una intervista dove però traspare l'amarezza, normale.
la bugiarda, più realista del re, risponde con questo pezzo assurdo di ansaldo.
come allo stesso modo lo erano i panegirici scritti fino a ieri.
quando si scrive un pezzo, si possono fare delle ipotesi, certo, ma se sei un "giornalista" è meglio che tu citi fonte e/o dica le cose chiare, ti attenga ai fatti, se li conosci li riassumi per il lettore, teoricamente il tuo padrone per dirla con l'indro.
ansaldo si lancia invece in una serie di supposizoni e commenti gratuitamente malevoli (esempi: "’idea bizzarra di calpestare il pianeta rovesciato non troviamo nella sua scelta niente di coraggioso nè avventuroso", "è difficile unirsi all’entusiasmo scatenato attorno al del piero calciatore", "triste finale", "Sinceramente non crediamo alla favola che ci sia stata, fuori dagli uffici di del piero, la coda universale di club in attesa del suo assenso." ecc), lasciandosi andare a considerazioni personali che, credo, non interessano molto ad alcuno.
a sydney ci sono stato. è un altro mondo. interessantissimo. già solo per questo si potrebbe essere entuasisti di questa nuova avventura. sicuramente là il calcio fa ridere ma perchè privarsi di due anni di gioco (chi si avvinica a chiudere con qualcosa che l'ha divertit molto fa fatica a farlo...come, fatte le debite proporzioni, faccio anch'io con l'arbitraggio) ben remunerato?
è poi evidente - è questa una ipotesi che si poteva fare essendo semplice semplice - che non sono certo i soldi che l'hanno spinto alla scelta: avrebbe sicuramente potuto monetizzare ancor meglio in cina o in arabia (vedi il recento espatrio di quel pirla di lippi...anche in questo caso comunque si può parlare di "scelta di vita" che sfido chiunque a non trovare stimolante. se poi uno preferisce stare 8 ore di fronte a un PC in corso tazzoli beh cazzi suoi!).
questo articolo, unitamente al "buongiorno" di gramellini (arriva ad elogiare se stesso! pazzesco: pessimo gusto vedi "lezioni di vita") mi fanno capire meglio quanto io sia masochista. granata fino al midollo quindi.
è carta strtaccia, ma ogni mattina la leggo...
in bocca al lupo del piè!
(così, tra le altre cose, non ci stai sui coglioni qui a Torino)
mercoledì, settembre 05, 2012
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